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Cronaca | giovedì 15 novembre 2018, 12:16

"Una prassi aberrante di redazione dei certificati necroscopici", depositate le motivazioni della sentenza di condanna alla dottoressa Simona Del Vecchio nel caso delle autopsie fantasma

Scrivono questo i giudici Donatella Aschero, Laura Russo e Caterina Lungaro, componenti del Collegio che ha condannato l’ex dirigente della Struttura Complessa di Medicina Legale dell’Asl1 Imperiese a sei anni e mezzo, più il pagamento di una provvisionale da 80mila euro da pagare all’Asl, oltre a un risarcimento da definire in separata sede, per il caso delle cosiddette autopsie fantasma

"Una prassi aberrante di redazione dei certificati necroscopici", depositate le motivazioni della sentenza di condanna alla dottoressa Simona Del Vecchio nel caso delle autopsie fantasma

“La dottoressa Del Vecchio ha mostrato un intollerabile cinismo nel dialogare delle persone anziane decedute, e pur di giustificare il proprio agire non esitava a denigrare colleghi e collaboratori”. Scrivono questo i giudici Donatella Aschero, Laura Russo e Caterina Lungaro, componenti del Collegio che ha condannato l’ex dirigente della Struttura Complessa di Medicina Legale dell’Asl1 Imperiese Simona Del Vecchio a sei anni e mezzo (cliccando QUI), più il pagamento di una provvisionale da 80mila euro da pagare all’Asl, oltre a un risarcimento da definire in separata sede, per il caso delle cosiddette autopsie fantasma.

La dottoressa, difesa dall’avvocato Marco Bosio, era accusata di falso in atto pubblico, falso ideologico, truffa aggravata ai danni dello Stato e peculato. Il processo è stato il capitolo finale di un’inchiesta, condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dal Procuratore Aggiunto Grazia Pradella, che l’ha istruita insieme all’ex Sostituto Procuratore di Imperia Marco Zocco. Le indagini hanno portato allo smantellamento del reparto di medicina legale con coinvolgimenti che hanno riguardato anche i titolari delle agenzie di pompe funebri che sono stati ascoltati come testimoni dell’accusa durante il processo.  

“Nonostante l’atteggiamento dei dipendenti delle pompe funebri - onestamente definito ‘curioso’ dal p.m., - scrivono i giudici nelle 22 pagine delle motivazioni - e da questi spiegato con la posizione border line aggiunta nel corso delle indagini preliminari - quando a costoro viene chiesta la ragione di tali modalità di ritiro compilazione dei certificati, è evidente come tale modalità non avrebbe avuto ragione di esistere se le salme fossero state davvero viste, perché se le salme venivano viste il necroscopico viene lasciato lì vicino al morto, non c’è bisogno per il medico necroscopo di portarlo alle pompe funebri né a questi di andarlo a ritirare presso gli uffici dell’ASL. 

Dunque, si era giunti a una prassi di aberrante modalità di redazione e firma dei certificati necroscopici - senza la preventiva visita del cadavere - che coinvolgeva la dottoressa Del Vecchio e altri medici della struttura di medicina legale: salvo si trattasse di morti giovani o di morti strane, che avrebbero potuto evidenziare maggiori sospetti rispetto le morti di anziani avvenuto nelle proprie case. Certamente i medici legali erano onerati da compiti gravosi, e in tal senso alcune precise domande poste dalla difesa: ma la circostanza non giustifica - all’evidenza - la falsa attestazione.

La difesa ha provato a smontare alcune testimonianze, tra cui quella di Stefania Stella (impiegata amministrativa dell’Asl), che per i giudici ha invece fornito “prova di chiarezza e completezza espositive, fornendo precise indicazioni delle prassi adottate e dimostrando di conoscere esattamente le varie tipologie di certificati da compilarsi in caso di morte”.

I fatti, secondo i giudici, hanno avvalorato la tesi secondo cui la Dottoressa Del Vecchio compilasse certificati senza visitare salme, in ordine a questo per il reato di falso “deve, dunque, dichiararsi la penale responsabilità dell’imputata in ordine al reato in esame […] avendo la dottoressa Del Vecchio compilato o solo firmato certificati necroscopici senza aver proceduto, con coscienza e volontà, alla preventiva visita della salma”. 

Nel capo b, ovvero il falso ideologico, si ripercorre la vicenda di Concetta Olivieri, anziana deceduta presso casa di riposo Don Orione di Sanremo. Quella morte generò una serie “convulsa” di telefonate, prova, secondo il collegio, della volontà della dottoressa Del Vecchio di modificare il certificato di morte per poter fare il funerale già fissato.

La dottoressa Del Vecchio chiama il dottor Franco Revelli Franco (direzione sanitaria ospedale di Imperia): “Se scriviamo ‘trauma cranico’, gli dovemo far un’autopsia all’ottantenne! Okay?” e scaricando la colpa sul medico che ha redatto l’ISTAT, che non si riesce a identificare: “Poi questo ISTAT, fatto dal neurologo credo, ritengo, non ha né timbro né telefono del medico. Dice solo ‘medico ospedaliero’. Allora io ho rifatto l’ISTAT… Scrivo ‘ematoma subdurale emisferico sinistro’, uguale, scrivo ‘insufficienza respiratoria’, che è… acuta, perché ovviamente se more è per quello, e levo il ‘trauma cranico’. Faccio finta di niente… e ci metto il mio timbro!”. 

"Dalle risultanze istruttorie indicate emerge - senza dubbio alcuno - come la dottoressa Del Vecchio abbia predisposto un certificato ISTAT senza vedere la salma della signora Olivieri, all’esclusivo fine di sostituire il precedente che recava la (peraltro corretta) dizione ‘trauma cranico’ e ogni ulteriore relativa indicazione (data dal trauma, tempo intercorso tra evento e morte) e consentire, di conseguenza, le esequie già predisposte dall’agenzia funebre. L’imputata non ha mai visto la salma, né si è peritata di accertare se la dizione apposta dal dottor Furlan fosse o meno corrispondente alla realtà: così ponendo in essere la condotta costituente il falso ideologico. 

La corte motiva anche la sentenza di condanna sotto il profilo della truffa ai danni dello Stato per quanto riguarda la mancata timbratura di accessi e uscite dagli uffici: “La dottoressa Del Vecchio”, osservano i giudici, “Presentava in maniera decisamente anomala un numero eccessivo di moduli di mancata timbratura, anche una decina al mese e - nonostante ciò - vi erano ancora giornate nelle quali mancava la timbratura e non veniva presentato il modulo. In ogni caso non risultano decurtazioni in tal senso nelle buste paga introdotte dal p.m.”. Le indagini svolte dalla Guardia di Finanza anche grazie a monitoraggio tramite gps e intercettazioni telefoniche hanno “consentito di accertare come la dottoressa Del Vecchio abbia dichiarato la propria presenza in servizio in orari nei quali - certamente - ella non stava svolgendo la propria attività professionale”. 

“Dunque la condotta di carattere meramente elusivo in esame è suscettibile di integrare la truffa aggravata: e rileva anche se l’imputato si sia limitato ad allontanarsi dal luogo di lavoro per ovviare necessità private senza far risultare, mediante timbratura del cartellino, i periodi di assenza. Tali condotte non sono soltanto di mera inerzia lavorativa (qualificabile come mero inadempimento contrattuale o come illecito disciplinare) ma si connotano secondo il tipo normativo della truffa”. 

Infine, la dottoressa è stata giudicata colpevole per il reato di peculato a causa dell’utilizzo della Fiat Panda di proprietà dell’Asl per effettuare commissioni personali.

“L’imputata utilizzava il mezzo come fosse proprio, posteggiandolo presso la propria abitazione durante la notte per recarsi anche in orario di lavoro: a fare la spesa, a trovare la madre, dal notaio per un atto personale, a curarsi le unghie, badando di effettuare il rifornimento presso i pochissimi distributori ove era possibile spendere la carta carburante fornita dall’amministrazione”.

I giudici, motivando la sentenza di condanna, concludono spiegando che “Non si ritengono concedibili le circostanti attenuanti generiche: la dottoressa Del Vecchio non ha mostrato alcuna resipiscenza, ha mostrato un intollerabile cinismo nel dialogare delle persone anziane decedute, nei mesi di monitoraggio emergeva come ella - pur di giustificare il proprio agire - non esitava a denigrare colleghi e collaboratori e anche in sede di interrogatorio ha cercato di sminuire il valore delle persone che si erano a vario titolo relazionate con lei”. 

L’avvocato Marco Bosio appena emessa la sentenza aveva annunciato ricorso in appello.

Francesco Li Noce

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