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Attualità | 20 ottobre 2019, 07:41

Viaggio nel territorio: alla scoperta dei Corallini di Cervo, l'oro rosso del Mediterraneo con Alberto Berruti

"Aa salute de stu gottu, u cavu du Fen pe l'isuottu, e perché ti m'intendi ben, l'isuotto peu cavu du Fen."

Viaggio nel territorio: alla scoperta dei Corallini di Cervo, l'oro rosso del Mediterraneo con Alberto Berruti

La parrocchiale barocca di Cervo, intitolata a San Giovanni Battista, è una delle chiese più belle della provincia di Imperia. Viene anche chiamata "Chiesa dei Corallini", in onore dei pescatori di corallo rosso che a cavallo tra Seicento e Settecento ebbero un ruolo fondamentale nella sua edificazione.

In autunno e in inverno, quando non erano in mare aperto, i Corallini prestavano infatti il loro lavoro e le loro barche per il trasporto dei materiali di costruzione della chiesa. Un'operazione molto difficile e pericolosa per via del dislivello tra la spiaggia e lo spiazzo scelto come sede della Chiesa, il Balzo. Una scritta significativa sulla volta riporta il Salmo 17°: "Assumpsit me de aquis multis super excelsa statuens me", "Mi sollevò dalle vaste acque e mi pose in un luogo elevato".

Il contributo dei Corallini fu importante anche sotto l'aspetto finanziario: ogni spedizione di pesca prevedeva che una percentuale sui guadagni venisse devoluta ai lavori. Senza contare che con il passare degli anni molti marinai misero da parte piccole fortune, potendosi permettere ulteriori generose donazioniQuesti uomini hanno fatto la storia di Cervo e del Ponente Ligure, e la loro vicenda ha spesso i contorni della leggenda. Per capire davvero chi furono i Corallini bisogna dare uno sguardo alle origini della vocazione marinara di Cervo.

Nati per navigare: Cervo sorge in un luogo frequentato dall'uomo già nella preistoria, che vide nei secoli gli insediamenti di Liguri, Celti, Romani e Bizantini. Il suo sviluppo nelle forme attuali iniziò intorno al Mille, quando diventò punto di riferimento fortificato per le popolazioni della zona, soprattutto nella difesa contro le incursioni dei Saraceni. Le spiagge sotto il borgo permettevano un comodo approdo, così si sviluppò una "scuola pratica" di nautica, affinata negli anni e trasmessa alle nuove generazioni. I giovani dei paesi vicini che volevano imparare a navigare venivano a fare il loro apprendistato a Cervo.

La stessa Repubblica di Genova apprezzava molto le qualità dei Cervesi, e li ingaggiava per le sue imprese commerciali o militari in giro per il Mediterraneo. La flotta genovese era una delle "università di navigazione" più prestigiose al mondo, per cui i marinai del borgo migliorarono ulteriormente portando a casa esperienze e conoscenze a vantaggio di tutto il paese. I rapporti con la Superba si mantennero sempre ottimi: Cervo era nell'orbita politica genovese pur mantenendo una forte autonomia amministrativa. Tra il Quattrocento e il Seicento, l'alto livello raggiunto dalla marineria cervese permise agli abitanti di specializzarsi in un'attività tecnicamente molto difficile ma anche molto remunerativa: la pesca del corallo rosso.

L'oro rosso del Mediterraneo: Verso la fine di marzo, i proprietari delle imbarcazioni si dividevano gli uomini migliori e formavano delle "compagnie". Ogni compagnia costituiva l'equipaggio di una barca, in tutto nove o dieci persone. Uno di loro, spesso lo stesso armatore, faceva da comandante. Il proprietario forniva anche il capitale iniziale, che tratteneva poi come rimborso al termine del viaggio. Andare per mare all'epoca era molto pericoloso, non tanto per le condizioni meteo quanto per la presenza di personaggi poco raccomandabili. Gli attacchi dei pirati barbareschi ai paesi costieri e alle navi erano infatti all'ordine del giorno, potete immaginare quanto fosse pericoloso avere a bordo qualche chilo di prezioso corallo.

Le "coralline" e le "fregatte" erano quindi armate e viaggiavano in piccole flottiglie. Nei periodi più turbolenti venivano scortate da galee da guerra genovesi. Il corallo un tempo era piuttosto diffuso nel Mediterraneo. Le mete preferite dai pescatori liguri erano i banchi della Sardegna e della Corsica. Alcuni si spostavano anche più lontano, a Ponente verso le Baleari o a Sud vicino alla Tunisia. Esistevano regole e concessioni ben precise per lo sfruttamento dei banchi corallini, le autorità del luogo potevano decidere di proibire la raccolta in alcuni periodi dell'anno o sottoporla a forme di tassazione.

I cercatori di funghi non rivelerebbero i posti buoni neanche sotto tortura, i Corallini erano anche peggio: le posizioni dei banchi più profittevoli erano custodite come segreti di Stato. A questo proposito esiste una filastrocca che accompagnava i brindisi, immaginiamo piuttosto frequenti, tra i lupi di mare di Cervo: pare nasconda misteriosi riferimenti geografici: "Aa salute de stu gottu, u cavu du Fen pe l'isuottu, e perché ti m'intendi ben, l'isuotto peu cavu du Fen". Significa: "alla salute di questo bicchiere, il capo di Feno per l'isolotto, e perché tu mi capisca bene, l'isolotto per il capo di Feno". La soluzione è legata al fatto che in Corsica non esiste un solo capo di Feno...

Dal mare bisogna tracciare due linee immaginarie. Una deve congiungere il capo di Feno situato vicino ad Ajaccio con un'estremità dell'isolotto di Mezzu Mare, nelle isole Sanguinarie. L'altra deve unire il capo di Feno che si trova presso la città di Bonifacio con l'altra estremità della stessa isola. Nel punto di intersezione fra le due rette sembra esistesse un luogo pieno di corallo, in gergo una posta.

Ma come veniva pescato il corallo? I coralli sono polipi che vivono in colonie, dotati di uno scheletro calcareo rosso simile a un alga o a un arbusto. Il banco corallino di solito si trova su una parete rocciosa subacquea. Ogni barca era dotata di una particolare attrezzatura, chiamata "ingegno". Il pezzo più importante era un trave, semplice o a croce, che veniva calato sul banco e mantenuto a contatto tramite pesi, a esso erano collegate delle piccole reti. Trascinato dalla barca, l'ingegno arava letteralmente il banco, spezzando le concrezioni che finivano nelle reti. Oggi il corallo viene raccolto solo da sub autorizzati, perché lo sfruttamento intensivo lo ha reso molto raro.

Uno strano epilogo: a Cervo la pesca del corallo venne progressivamente abbandonata già a partire dal Settecento, proprio nel secolo di edificazione della chiesa. Anzi, secondo una leggenda, proprio la necessità del denaro per ultimare la parrocchiale di San Giovanni Battista fu la causa di un finale estremamente tragico. Si racconta infatti che venne decisa una battuta di pesca fuori programma, il cui intero ricavato doveva servire per terminare la costruzione della chiesa. I marinai cervesi misero in mare una flotta che non si era mai vista prima. Il giorno della partenza, come di consueto, si radunarono presso una cappella vicino alla spiaggia, dove il parroco benedì le barche e l'impresa.

Ma la benedizione servì a ben poco. Passarono i giorni, poi le settimane, poi i mesi, ma le donne e i bambini aspettarono invano: nessuna barca fece ritorno. Il naufragio avvenne secondo alcuni nel mare di Sardegna, forse proprio nei pressi di quell'isolotto di Mezzu Mare di cui parlavamo prima. Un tempo si parlava di un punto ricco di corallo rosso chiamato il "banco delle vedove", che potrebbe essere la tomba di quei poveretti; ma ormai nessuno ricorda dove si trovava.

Questa storia non sembra avere nessun fondamento storico: di questa misteriosa sparizione di massa non si parla in nessuna cronaca. Eppure è stata tramandata fino ai nostri giorni, come se nascondesse qualche significato simbolico. A pensarci bene ricorda un po' la fiaba del pifferaio che attirò con la sua musica i bambini del paese di Hamelin, dei quali non si seppe più nulla. Forse anche i marinai cervesi sono stati incantati dai suoni del mare, o dal canto delle sirene, e non sono più stati in grado di tornare alle loro case.

Nella storia rimane comunque l'attività plurisecolare svolta da uomini coraggiosi che, schiacciati dalle montagne alle loro spalle, finirono per cercare pane, libertà e sogni nel mare. Una storia fatta di mille racconti più o meno veri, come questa leggenda, che devono essere custoditi nella memoria storica del Ponente ligure. Buona Liguria!

Alberto Berruti si è appassionato fin da piccolo alle bellezze della Liguria, per colpa un pò dei genitori e un po' di Rosalba, la sua maestra delle elementari. Dal 2016 cura il blog Tesori del Ponente, dove racconta luoghi più o meno conosciuti delle province di Imperia e Savona. Collabora come guida turistica abilitata con la scuola ANWI di Arma di Taggia, che associa il Nordic Walking alla scoperta del territorio.

Redazione

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