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Al Direttore | 12 aprile 2020, 16:31

Nello scritto del nostro lettore Pierluigi Casalino il ricordo dell'epidemia di tifo che investì Genova

“Epidemia che aveva già sconvolto il Vecchio Continente e le regioni limitrofe e mediterranee”

Nello scritto del nostro lettore Pierluigi Casalino il ricordo dell'epidemia di tifo che investì Genova

Il nostro lettore Pierluigi Casalino, in tempo di Coronavirus, ricorda l'epidemia di tifo che investì Genova.

Scampato il contagio della peste del 1630-1633, anche la Repubblica di Genova venne investita, ancora in quel secolo non lieto (intorno al 1646, per la precisione), da un'epidemia di tifo esantematico. Epidemia che aveva già  sconvolto il Vecchio Continente e le regioni limitrofe e mediterranee. Scattarono subito i provvedimenti urgenti delle autorità della Superba "per la comune salvezza dal morbo contagioso" su tutto il suo territorio, dalle Riviere a Caprera, alla Corsica. I controlli della sanità della Repubblica furono tempestivi ed efficaci con la decretazione di un particolare stato di emergenza. La normativa della Magistratura sanitaria era andata formandosi fin dai tempi precedenti la peste nera del XIV secolo, arricchendosi sempre di più, nel tempo, di articolati e specifici dispositivi (dalla riforma politica di Andrea Doria al cruciale 1579, segnato da un elevato numero di morti, a causa della peste di quel periodo). L'organizzazione sanitaria della Superba era sempre riuscita a contenere, nel possibile, i danni, delle ricorrenti ondate epidemiche e a migliorare le condizioni del servizio. Della massima cura erano i controlli circa la concessione della "libera pratica" ai vascelli stranieri nella manovra di avvicinamento ai porti e agli scali situati lungo le coste della Dominante. La Sanità interveniva con una ben dosata serie di provvedimenti che ancora oggi sorprendono per l'utilita' e l'efficacia. Per quanto si cercasse di assicurare una legislazione uniforme ed omogenea, regimi speciali venivano riconosciuti a zone come Bordighera, Cervo, Andora, Laigueglia e Alassio, che erano dedite alla pesca anche a lunga distanza dai loro rispettivi centri. Laigueglia e Alassio svolgevano un ruolo assai rilevante per i loro rapporti con la vicina Francia, con la quale avvenivano pure intrecci famigliari. In occasione delle epidemie, come si era visto soprattutto durante quella ultima del 1630-1633, Genova teneva conto delle esigenze commerciali, cercando di coniugarle con quelle della sicurezza igienico sanitaria. E appunto il servizio di polizia sanitaria della Repubblica fu tra i primi, se non il primo in Europa, ad assicurare il controllo severo dell'igiene delle merci alimentari provenienti da mete lontane, "dal Levante alla Barberia,  all'Inghilterra,  dall'Olanda alla Allemagna...e all'Oceano". Una vera garanzia per la pubblica salute. Va segnalato, in proposito, per un opportuno approfondimento, lo studio universitario  di Giovanni Assereto dal titolo appunto "Per la comune salvezza dal morbo contagioso. I controlli di sanità nella Repubblica di Genova"'. Le singole autorità di sanità dei centri delle Riviere agivano, a loro volta, con coordinamento ammirevole. Non solo: le sanità di Bordighera, di Vallecrosia e di Ventimiglia erano in costante contatto con le vicine autorità sabaude oltre la frontiera segnata da Dolceacqua e da Perinaldo e  con quelle della Contea di Nizza. Notevole era pure l'interscambio di informazioni con la Signoria di Monaco e la comunità mentonasca, che fungevano da fonte di notizie e da sistema di allarme privilegiato nell'attivazione dei servizi sanitari della Dominante. Le radici genovesi del Principato della Rocca favorivano relazioni assai feconde nei momenti difficili.

Redazione

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