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Attualità | 15 aprile 2020, 09:45

Continua l’opera di bianchetto sulla storia russofoba. Abbattuta la statua del liberatore Konev a Praga

In piena emergenza coronavirus, a Praga non hanno trovato di meglio da fare che abbattere un monumento.

Continua l’opera di bianchetto sulla storia russofoba. Abbattuta la statua del liberatore Konev a Praga

In piena emergenza coronavirus, a Praga non hanno trovato di meglio da fare che abbattere un monumento. Non una statua qualsiasi: il maresciallo Ivan Konev, il generale sovietico che scacciò i nazisti dalla Cecoslovacchia. Già imbrattata e vandalizzata in passato, e infine coperta dall’amministrazione della città; il giorno 3 aprile ne ha disposto la rimozione Ondřej Kolář, presidente di distretto della capitale ceca, per essere spostata dentro un museo.

Qualcuno noterà che questo Kolář con gli operai e la gru così ingombranti e rumorosi è un dilettante del revisionismo, se paragonato ai nostri intellettuali, che lentamente e subdolamente modificano la nostra percezione della storia e della realtà e penetrando nelle menti più giovani: pensiamo a quei libri di scuola in cui si invita a “passare il testimone” agli immigrati per garantire la salvezza dell’Europa o in cui si studiano le “migrazioni barbariche” ai tempi dell’Impero Romano. La memoria va cancellata in maniera impercettibile, Orwell insegna, altrimenti si rischia di sollevare un polverone come questo incauto amministratore locale, che bisogna poi silenziare: e infatti dalla stampa italiana quasi non è giunta notizia.

Se ci sono punti fermi su cui tutti i popoli europei concordano, allora sono i seguenti: il nazismo è stato un male assoluto, e coloro che lo hanno combattuto erano dalla parte della ragione. Se dopo 75 anni ci mettiamo a discutere su chi all’interno della schiera dei “buoni” non fosse poi così buono e merita dunque di essere cancellato, allora faremmo prima a togliere tutti i busti, le statue e i nomi delle vie, perché nessuno sarebbe risparmiato dalle accuse. Alla luce di quanto accaduto decenni dopo, è comprensibile il rancore di alcuni Paesi dell’Europa Orientale nei confronti dei sovietici: ma solo fino a un certo punto. La statua abbattuta apparteneva al generale che liberò Praga dai nazisti. Esatto, “liberato”. O forse qualcuno davvero crede che Konev abbia invaso la Boemia, che invece prosperava sotto protettorato tedesco? Il dettaglio che fa la differenza è questo: l’Unione Sovietica, nel cacciare Hitler dall’Europa centrale, ristabilì la sovranità nazionale della Cecoslovacchia. Ma a Praga preferiscono far finta di non saperlo.

La questione di ciò che avvenne decenni dopo non riguarda i soldati che, come Konev, combatterono fino allo stremo per sconfiggere il nazismo e incidentalmente liberare campi di concentramento e interi popoli. Alcuni si aggrappano alla giustificazione delle atrocità commesse dai “liberatori”. Ricollegandoci a quanto detto prima, partendo da questa premessa dovremmo condannare tutti gli eserciti alleati. Noi italiani dovremmo considerare De Gaulle un criminale di guerra e annoverare la Francia come nemica della civiltà, se pensiamo agli orribili misfatti conosciuti come “marocchinate”. In tempo di buonismo e di politicamente corretto, ricordare i delitti delle “truppe coloniali” appare inconcepibile, eppure è legittimo farlo. E nonostante ciò la Francia rimane dalla parte giusta della storia per quanto riguarda la Seconda guerra mondiale. Lo stesso criterio vale per gli americani, che non vengono certo definiti “cattivi” per aver mandato a combattere ‘i neri’, che negli USA erano cittadini di serie B, discriminati e maltrattati. Idem per i britannici, anch’essi dotati di truppe coloniali provenienti da quei Paesi che avevano invaso e sfruttato (o decimato, come nel caso dell’Australia).

Vale anche la pena anche accennare al fatto che la Cecoslovacchia avesse cominciato ad arrendersi a Hitler già a partire dal 1938 con la cessione dei Sudeti e aveva lasciato che la popolazione ebraica fosse deportata, mentre a Praga la rivolta finale anti-tedesca arrivò con comodo, a pochi giorni dalla fine del conflitto. Dunque, ci sarebbero molti spunti su cui i politicanti come Kolář dovrebbero riflettere, prima di giocare a spostare monumenti come fossero giocattoli nella loro cameretta.

 

Tuttavia, mentre a cechi, estoni o lituani potrebbe anche non interessare ciò che gli italiani subirono negli anni 1944-1945, ai noi italiani purtroppo tocca interessarci a quanto accade da loro nel 2020, perchè almeno per il momento facciamo parte di un’unica entità chiamata Unione Europea, nella quale si dovrebbero condividere storia, valori e diritti. In primo luogo, nel Vecchio Continente i monumenti si conservano e vengono trattati come custodi della memoria collettiva.

In secondo luogo, se in Estonia vengono celebrati gli ex SS o in Lituania sminuiscono il ruolo dei loro civili nello sterminio degli ebrei, noi abbiamo il dovere morale in quanto europei di continuare a denunciare questi fatti. Eppure nell’Unione Europea si condona qualunque “dimenticanza” ai Paesi che facevano parte del blocco sovietico, nella misura in cui questi ne approfittano per fomentare la russofobia.

 

Nel 2020 bisogna ancora spiegare che l’equazione Unione Sovietica = Russia è ritenuta valida soltanto da coloro che volendo colpire la Russia di oggi, abbattano i monumenti di ciò che fu l’URSS nella Seconda guerra mondiale. E mettono sotto il grande tappetto russo pure la sporcizia causata dai loro stessi nonni, che furono volenterosi collaborazionisti dei nazisti e cacciatori di ebrei. Particolarmente assurdo il caso di quei Paesi che già all’epoca facevano parte dell’Unione Sovietica, come l’Ucraina o la Georgia, i quali nell’attribuire ai russi qualunque nefandezza dimenticano di esserne stati concittadini, commilitoni e in alcuni casi persino i loro stessi comandanti. Ma finché Ucraina e Georgia non faranno parte dell’Unione Europea, allora non abbiamo alcun diritto di rimproverare o giudicare le loro scelte valoriali. Nel caso della Repubblica Ceca o di Estonia, Lettonia e Lituania, invece sì, siamo tenuti a controllare che i loro valori siano conformi ai nostri e che anch’esse rispettino i diritti umani (ad esempio quelli della minoranza russa all’interno delle Repubbliche Baltiche). Altrimenti non ha senso parlare di Europa.

Speriamo che l’azione di Ondřej Kolář non venga minimizzata come iniziativa un po’ sopra le righe, ma venga adeguatamente condannata a livello europeo: sicuramente in Germania, in Belgio o in Francia non verrebbe tollerato. Speriamo non funga da esempio a quelli amministratori locali desiderosi di accodarsi all’ondata russofoba. Tuttavia, se decidessero di mettere mano a corso Unione Sovietica a Torino, a via Stalingrado a Bologna o al busto di Lenin a Cavriago, probabilmente prenderebbero solo pernacchie.

Marco Fontana

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