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Cronaca | 01 maggio 2021, 09:45

Sanremo, nacque prematuro al 'Gaslini' e subì un'amputazione: per il piccolo invalidità solo al 10%

La vicenda, accaduta 8 anni fa, è stata esposta dal gruppo Giesse che assiste il bimbo e i familiari: "Ha una disabilità cognitiva. Una discriminazione senza precedenti e ci lascia senza parole"

Sanremo, nacque prematuro al 'Gaslini' e subì un'amputazione: per il piccolo invalidità solo al 10%

"Gli hanno dovuto amputare un braccio a causa di un errore medico, ma siccome ha una disabilità cognitiva vogliono dargli il 10% di invalidità. Una discriminazione che non ha precedenti e lascia totalmente basiti: siamo increduli, senza parole”. A denunciarlo è il gruppo Giesse, specializzato nell'assistenza di persone che subiscono lesioni lesioni gravi e che in questo contesto assiste un bambino di Sanremo, che all'epoca dei fatti aveva un mese di vita e ora ha 8 anni.  

"C’è tanta rabbia ma anche determinazione nei genitori di un bimbo residente nel sanremese, scrive il gruppo Giesse in una nota, nato fortemente prematuro, alla 23esima settimana gestazionale, grazie a un piccolo, grande miracolo da parte dei medici dell’Istituto Gaslini di Genova. Che dopo averlo salvato, però, lo hanno purtroppo lasciato senza adeguata sorveglianza (queste le conclusioni della perizia medica disposta dal giudice) durante una infusione di piastrine, provocandogli una lesione dei tessuti così vasta da comportare l’amputazione di un braccio".

"E’ il 2013 e Leonardo (nome di fantasia) a un mese e mezzo dalla nascita continua a lottare con tutte le proprie forze per restare in vita, spiega il gruppo Giesse, nonostante sia così piccino da pesare meno di un chilogrammo. A fronte di valori ematici troppo bassi, i sanitari gli somministrano una infusione di piastrine della durata prevista di tre ore. Non si sa in quale momento, ma con molta probabilità già subito dopo l’inizio si verifica uno stravaso, ovvero il contenuto dell’infuso invece che defluire in vena, fuoriesce dal letto vascolare nel tessuto sottocutaneo circostante. Un problema già avvenuto in occasione di altre terapie eseguite al piccino nelle settimane precedenti: i vasi venosi sono estremamente fragili ma i sanitari, grazie ad un’adeguata sorveglianza, hanno sempre rimediato tempestivamente al problema. Questa volta purtroppo non va così: quando se ne accorgono sono già trascorse 3 ore durante le quali l’infusione ha continuato a propagarsi in maniera sempre più profonda nei tessuti molli del braccio, causando danni irreparabili".

"L’arto ormai è in necrosi, proseguono, per salvare la vita del bimbo non resta altra triste soluzione che amputarlo. Si capisce fin da subito che qualcosa non è andato come doveva, i familiari chiedono spiegazioni ma non c’è una risposta chiara da parte dei sanitari, così per fare piena luce su quanto accaduto si rivolgono a Giesse Risarcimento Danni, gruppo specializzato in casi di malasanità con sedi in tutta Italia. Il team di medici legali chiamati a esaminare in via preliminare quanto accaduto conferma il sospetto, suggerendo di ricorrere a un accertamento tecnico preventivo. La questione finisce così al vaglio del giudice, Domenico Pellegrin del tribunale civile di Genova, che nomina come consulenti tecnici il professor Antonio Memeo, specialista traumatologo, e la dottoressa Federica Portunato, specialista in medicina legale".

“Diversi elementi lasciano intendere che non vi sia stata nessuna sorveglianza durante l’infusione, scrive il gruppo Giesse, emerge quindi la presenza di un comportamento non adeguato dal punto di vista infermieristico – confermano pochi mesi dopo entrambi i periti del Tribunale. Il rischio di stravaso da infusione rientra tra i più frequenti nei neonati prematuri. Vi è chiaro nesso di causa tra la devianza dal corretto comportamento, la mancata sorveglianza all’infusione e la perdita dell’arto superiore destro all’avambraccio. Accertato il danno e il relativo nesso di causa con l’errore dei sanitari, i consulenti tecnici hanno avuto l’ulteriore compito, da parte del Giudice, di quantificare la perdita funzionale subita a causa dell’amputazione del braccio, ma è qui che per i genitori del piccino, oltre al danno, arriva la beffa".

“Si ritiene che la quantificazione del danno sia nella misura del 50% di invalidità permanente, prosegue la nota. E' doveroso precisare che al momento attuale il paziente presenta un quadro clinico complessivo caratterizzato, oltre che dagli esiti dell'amputazione dell'arto superiore destro, anche da problematiche legate alla grave prematurità, quali un ritardo del neurosviluppo con disabilità intellettive e difficoltà socio-comunicative, oltre il mancato controllo degli sfinteri. Per i consulenti tale ritardo cognitivo provoca, da solo, un’invalidità dell’80%, pertanto sostengono che il danno biologico relativo all'amputazione debba parametrarsi “alla validità residuale del paziente quantificabile nella misura del 20%. Tale proporzione consente di giungere alla conclusione che il danno incida per il 50% sulla validità residua e quindi per il 10%”.

“Tradotto, per consentire anche ai meno esperti di comprendere la “logica” di questo tipo di ragionamento – spiega il dottor Silvano Cibien, vicepresidente di Giesse Risarcimento Danni – secondo il parere degli specialisti di fiducia di Giesse, il pensiero dei consulenti del tribunale è il seguente: il bimbo è nato con un grave ritardo neuro-cognitivo che lo rende già invalido all’80%, l’ulteriore invalidità provocata dall’amputazione del braccio deve essere valutata in relazione al 20% di “abilità” che gli era rimasta prima dell’amputazione. Come a dire: siccome è “ritardato”, con o senza un braccio poco cambia, tanto non saprebbe come usarlo. Incredibile.”

Sorpresi ma convinti di un evidente errore di valutazione dei consulenti, i periti di parte di Giesse hanno quindi presentato una serie di osservazioni alla perizia, ma i consulenti del giudice hanno confermato le proprie posizioni. “La valutazione del danno relativa all’amputazione non può prescindere da un quadro neurocognitivo, continuano, preesistente di tale gravità che di fatto concorre con l’utilizzo della mano e la relativa efficienza prensile” si legge nella ulteriore risposta conclusiva.

“Valutazioni che generano, di fatto, una discriminazione su base psichica senza precedenti, una decisione che andrebbe a sconvolgere la natura e l’entità dei risarcimenti spettanti a persone con disabilità – sottolinea il dottor Cibien di Giesse. Come hanno chiarito e ribadito gli specialisti incaricati da Giesse, in tutti i manuali di medicina legale, infatti, l’amputazione di un arto superiore è valutata con il 50% di invalidità permanente, senza distinzioni in base al livello cognitivo di chi la subisce, mentre in questo caso una menomazione così grave viene ridotta al 10%, punteggio normalmente riconosciuto a lesioni molto meno gravi, come la perdita del mignolo o una cicatrice con pregiudizio estetico moderato. Come se il braccio di una persona con disabilità mentale, come ad esempio quelle colpite dalla sindrome di Down, “valesse” l’80% in meno rispetto a quello di una persona mentalmente “normodotata”. Opinioni che lasciano basiti e non trovano riscontro alcuno nei testi di medicina legale”.

“Il nostro punto di vista è opposto – prosegue il dott. Cibien di Giesse - ovvero: questo bambino, che già dovrà convivere con un deficit neuro-cognitivo molto pesante, avrà ancor più bisogno dell’uso di entrambe le braccia per svolgere le poche attività e funzioni per lui possibili. Quello che chiediamo non è, ovviamente, un trattamento di favore per Leonardo, ma solo rimarcare con forza che discriminarlo in maniera così drastica per il suo ritardo mentale è profondamente ingiusto sia dal punto di vista etico che medico legale. In 25 anni di attività in questo settore non avevamo mai assistito ad una valutazione priva di supporto scientifico e così palesemente discriminatoria”.

Trattandosi di un procedimento con fini conciliativi (ATP), le conclusioni della CTU medico-legale escludono peraltro qualsiasi possibilità che le parti possano trovare un accordo per ricomporre la vicenda. In ballo ci sono centinaia di migliaia di euro, la differenza cioè tra quanto viene risarcito per una invalidità del 50% rispetto al valore economico di una invalidità del 10%; soldi che, certamente, non arricchirebbero Leonardo ma che avrebbero, invece, l’importante funzione di aiutarlo, insieme alla sua famiglia, per ottenere le cure e l’assistenza migliori di cui avrà bisogno anche e soprattutto a causa della ingiusta perdita del braccio.

A causa di questa non condivisibile conclusione dei Ctu ora i genitori, che risiedono nel sanremese, dovranno necessariamente iniziare un contenzioso civile per ottenere il giusto risarcimento del danno, chiedendo al nuovo Giudice di disporre una nuova CTU che possa, su basi scientifiche e condivise dalla dottrina, esprimere una valutazione corretta del danno subito dal piccolo Leonardo e dai suoi genitori.

C.S.

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