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Attualità | 03 maggio 2021, 07:55

Valentina Agnesi, l'imperiese a capo di 'Let's free the sea', l'associazione che ha a cura la salvaguardia del mare (foto)

"Oggi, sono felice di essere Presidente e fondatrice di un’associazione giovane e dinamica che si prefigge l’obiettivo di agire in concreto portando risultati tangibili che diano un aiuto significativo al mare", racconta

Valentina Agnesi, l'imperiese a capo di 'Let's free the sea', l'associazione che ha a cura la salvaguardia del mare (foto)

L'imperiese Valentina Agnesi è fondatrice e presidente di 'Let's free the SEA', un'associazione con sede nel Principato di Monaco, che ha lo scopo di salvaguardare il mare attraverso azioni che l'hanno vista protagonista nella pulizia dei fondali, nell'eliminazione dei rifiuti, e in una campagna di sensibilizzazione attraverso la quale l'associazione vuole 'educare' i più giovani a un comportamento corretto.  

Let’s free the SEA – racconta Valentina a Imperia News - è un’Associazione avente sede nel Principato di Monaco nata dal mio sogno di aiutare il Polmone Blu del nostro Pianeta: l’Oceano. Sono amante degli sport acquatici e sin dall’infanzia ho desiderato aiutare il mare e i suoi abitanti. Oggi, sono felice di essere Presidente e fondatrice di un’associazione giovane e dinamica che si prefigge l’obiettivo di agire in concreto portando risultati tangibili che diano un aiuto significativo al mare. Let’s free the SEA! è un progetto attuale che risponde a necessità impellenti della società di oggi.

Se da una parte il suo obiettivo è quello di aiutare il Polmone Blu del nostro Pianeta, dall’altra, idea e focus centrale del progetto sono l’educazione, la sensibilizzazione e comunicazione di una problematica che, ormai, non si può più ignorare. Nello specifico gli obiettivi dell’Associazione sono i seguenti:

1) Pulizia dei fondali marini
Recupero di reti da pesca, lenze e altri rifiuti.
2) Eliminazione dei rifiuti
Tutto il materiale raccolto viene smaltito secondo le disposizioni previste dalla legge in materia.
3) Educazione
Parte fondamentale del progetto sono gli interventi nelle scuole al fine di sensibilizzare i più giovani al problema
”.

Let’s free the SEA – continua - è alla costante ricerca di nuovi stimoli e progetti.
Il primo progetto dell’Associazione ha avuto luogo a Milazzo dove, con la collaborazione della Capitaneria, dell’Istituto di Ricerca Tethys e del Rotary, sono state prelevate dai fondali marini e successivamente eliminate due tonnellate di rifiuti. Inoltre, due interventi con in totale la partecipazione di 1000 ragazzini delle scuole sono stati organizzati al fine di spiegare l’importanza delle operazioni in corso.

Spostatasi in Liguria, Let’s free the SEA ha contribuito al prelievo di una tonnellata di rifiuti presso i fondali marini di Capo Mortola, Ventimiglia e al recupero di 1400 kg di rifiuti lungo la foce del Roia a Ventimiglia.
Per quanto riguarda il Principato di Monaco invece, Let’s free the SEA ha allestito uno stand in occasione della Monaco Run, la maratona di Montecarlo, per sensibilizzare le persone sull’importanza della tutela dell’ambiente marino. In tale occasione è stata altresì venduta la borraccia dell’Associazione e il ricavato dedicato al finanziamento dei progetti.

Benché l’Associazione agisca senza limiti geografici, oggi si sta concentrando all’interno del Santuario Pelagos: un’area protetta internazionale di quasi 90.000 km2 situata nel Mediterraneo nord-occidentale e circondata dalle coste monegasche, francesi e italiane. Si tratta di una delle zone con la più alta concentrazione dei cetacei dell’intero Mediterraneo. Otto sono le specie che popolano il Santuario, tra cui l’enorme balenottera comune e il capodoglio, trovando nelle sue acque condizioni ottimali sia per alimentarsi che per riprodursi.
Gli interventi in quest’area sono particolarmente importanti, sia sulle spiagge sia sui fondali sia a livello di sensibilizzazione.
Facendo anche soltanto una passeggiata su una qualsiasi delle spiagge liguri (così come in altre zone) è possibile infatti notare quanti rifiuti siano stati portati dal mare o gettati dagli esseri umani. Qualche tempo fa stavo camminando tra gli scogli della Galeazza (Imperia) e ho notato diversi cumuli di spazzatura. Mentre a Ventimiglia, la catasta di sacchi che è stata messa da parte durante l’operazione di pulizia della foce del Roia era impressionante. Le intemperie (come nel caso dell’alluvione di cui è stata vittima la cittadina di confine) e l’incuria umana (intendo sia il gesto di buttare un rifiuto per terra sia quello di gettarlo in mare) rappresentano una delle tante cause della situazione in cui le coste liguri (e non solo) versano.

Per quanto riguarda i fondali marini, ho avuto modo di vedere in prima persona durante le operazioni sostenute da Let’s free the SEA che cosa vi è depositato. Reti da pesca abbandonate di imponenti dimensioni e altri rifiuti soffocano la flora e la fauna acquatica della Liguria. Le reti da pesca, le lenze e in generale gli strumenti da pesca abbandonati, possono infatti continuare a pescare una volta che si trovano alla deriva in mare. A quel punto le vittime non diventano soltanto le specie per cui sono state costruite, ma qualsiasi organismo e essere vivente vi si trovi imprigionato. Le attrezzature da pesca abbandonate possono inoltre causare il fenomeno dell’entanglement. Quest’ultimo affligge almeno 200 specie animali. In generale, centinaia di migliaia di mammiferi e tartarughe marine annegano o muoiono di fame ogni anno poiché rimangono intrappolati nelle attrezzature da pesca o soffrono traumi fisici o infezioni causati dalle ferite.

Uno degli argomenti che fa più discutere e che riguarda le coste liguri è la pesca a strascico. Purtroppo, tra le conseguenze di questo tipo di pesca è la distruzione dei fondali marini la cui preservazione è estremamente importante per la tutela della biodiversità.

I rifiuti abbandonati (inteso in senso lato, non mi riferisco soltanto agli strumenti da pesca) non sono quindi gli unici nemici del mare ligure, ma il problema è molto più esteso. Recentemente sono usciti anche degli studi secondo i quali uno degli effetti negativi della pesca a strascico è l’inquinamento. Una ricerca infatti ha quantificato la CO2 prodotta dai pescherecci negli oceani tra 0,6 e 1,5 giga tonnellate all’anno, contro una emessa dai voli aerei. I paesi maggiormente responsabili sarebbero Cina, Russia e Italia
”.

Hai seguito la vicenda della balena grigia Wally? Come ti spieghi la sua presenza nel Mediterraneo?

La sua presenza è uno degli argomenti caldi dell’ultimo periodo. Si tratta di una specie che era presente nel Mediterraneo già all’epoca dei Romani, ma che successivamente si è estinta. Per questo motivo, vederla all’interno del nostro mare è un evento rarissimo. A causa della caccia la presenza di questo tipo di balena è scomparsa anche dall’Oceano Atlantico rimanendo invece nell’Oceano Pacifico. Avvistata recentemente all’altezza di Imperia, ci si domanda come mai si trovi nelle nostre zone, così lontana dall’Oceano Pacifico in cui è solita vivere. Secondo alcuni si tratta di un esemplare nato quest’inverno e rappresenta quindi un ritorno della specie a riprodursi nell’Atlantico. Altri sostengono che Wally sia un piccolo della stagione precedente con un anno di età. In questo caso avrebbe avuto il tempo di migrare dal Pacifico attraverso le acque dell’Artico. In questo caso forse Wally potrebbe aver raggiunto l’Atlantico attraverso una delle vie rese percorribili dallo scioglimento dei ghiacci. Poi avrebbe superato lo Stretto di Gibilterra arrivando in Marocco e da lì avrebbe nuotato fino alle nostre coste.
Ad avvalorare questa seconda teoria è il fatto che la balena sia sporca di fango, segnale del fatto che stia tentando di nutrirsi da sola.

Qualsiasi sia il motivo della sua presenza nel Mar Mediterraneo, ciò che è importante a mio avviso è che si tratta di un essere vivente e non di un’attrazione turistica. Ciò che auspico è che possa trovare il nutrimento necessario per poter sopravvivere. Il fatto che il riscaldamento globale sia una delle cause dello scioglimento dei ghiacci è universalmente noto e che ciò rappresenti una delle grosse battaglie che l’umanità dovrebbe impegnarsi a combattere è risaputo. Qualunque sia la ragione che ha portato la balena Wally a nuotare del nostro mare la sua presenza dovrebbe farci riflettere sulla possibilità che ciò sia avvenuto a causa dello scioglimento della calotta polare (il solo pensiero dovrebbe farci venire i brividi) e sulla necessità di rispettare ogni forma vivente. Ciò che abbiamo la fortuna di avere davanti a nostri occhi deve essere rispettato secondo la sua natura e per ciò che la sua natura richiede
".

Un altro argomento che ha fatto molto discutere recentemente è il documentario di Netflix 'Seaspiracy'. L'hai visto?

Per quanto mi riguarda, parto sempre dal presupposto che nel momento in cui viene prodotto un documentario, una delle necessità che deve tenere in conto chi lo produce è l’esigenza di vendere e piacere al pubblico. Con questo non voglio sostenere che i documentari su Netflix non siano accurati, ma che, forse, è necessario tenere in conto le varie necessità del caso. Sicuramente è vero che la gli oceani non rappresentano risorse di pesce infinite e siamo stati proprio noi a causare la difficile situazione di oggi. Da qui la necessità di regole fondate su dati e ricerche scientifiche attendibili e accurate. È vero che la quantità di plastica nel mare è impressionante. Se non ci sarà un cambiamento di rotta immediatamente entro il 2025 negli oceani ci sarà una tonnellata di plastica ogni tre tonnellate di pesce e entro il 2050 il peso della plastica nel mare sarà maggiore di quello di tutto il pesce sommato.

Nonostante Seaspiracy sia stato accusato di peccare di accuratezza ha il pregio a mio avviso di sollevare e far avvicinare a un problema molte persone e soprattutto coloro che, magari, non avrebbero preso a cuore un argomento che ormai non può più essere ignorato. Vedo il documentario come un buon mezzo per riflettere (magari approfondendo con ricerche specifiche) e Netflix una molla importante per la sua diffusione su larga scala
”.

Francesco Li Noce

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