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Cronaca | 07 agosto 2022, 09:56

Omicidio di Joseph Fedele, per il gup non ci sono dubbi: "È stata un'esecuzione mafiosa. Pellegrino non ha mai mostrato pentimento o pietas per la vittima"

Depositate le motivazioni con cui il 12 aprile scorso sono stati inflitti 20 anni di carcere a Domenico Pellegrino, 24enne di Bordighera, ritenuto responsabile in primo grado del delitto del 60enne francese: "il movente è legato al traffico di droga"

Omicidio di Joseph Fedele, per il gup non ci sono dubbi: "È stata un'esecuzione mafiosa. Pellegrino non ha mai mostrato pentimento o pietas per la vittima"

“Un’esecuzione”: non usa mezzi termini il gup di Genova, Cinzia Perroni, per descrivere le modalità con cui è stato ucciso Joseph Fedele, 60enne francese, di origini italiane ucciso con colpi d’arma da fuoco. Il corpo venne ritrovato in un fosso, in località Calvo a Ventimiglia, il 21 ottobre del 2020. Per il delitto è stato condannato in primo grado, il 12 aprile scorso, a 20 anni di carcere Domenico Pellegrino, 24enne di Bordighera.

Adesso sono state depositate le motivazioni della sentenza. In poco più di 90 pagine il giudice ha evidenziato i passaggi che hanno portato a ritenere l’imputato responsabile del reato di omicidio volontario aggravato dalle modalità mafiose. “Il luogo di campagna isolato dove è stato condotto il Fedele e dove si è consumato l'omicidio, sottolinea il giudice, i punti in cui è stato colpito dai colpi d'arma da fuoco, vertice del capo e dietro la nuca, rendono verosimile che il Fedele sia stato fatto inginocchiare”. Anche le modalità di occultamento del cadavere nascosto “all'interno di un grosso tubo al di sotto del manto stradale” per il gup sono “modalità complessivamente rievocative di una sorta di esecuzione”.

Fedele infatti, secondo la ricostruzione dei Carabinieri e della Procura antimafia del capoluogo ligure rappresentata dal pm Marco Zocco, venne ucciso nel luogo in cui fu ritrovato il corpo, con due colpi di pistola di diverso calibro; il colpo alla nuca poi, venne esploso dopo che la vittima venne fatta inginocchiare: una modalità tipicamente riconducibile alle consorterie mafiose. L’imputato, reo confesso dell’omicidio, si è consegnato ai Carabinieri nel dicembre del 2020, a circa tre mesi dai fatti e agli inquirenti riferì che il delitto sarebbe avvenuto in seguito ad un lite per un mancato accordo sulla vendita di un’auto.

L'omicidio invece, sarebbe maturato in un contesto relativo alla droga e in ordine al movente il gup ha sposato l’impianto della Dda. “Il movente dell'omicidio fornito dal Pellegrino, chiosa il giudice, non ha trovato alcun conforto probatorio (..) gli elementi riconducono l'omicidio ad un contesto certamente illecito, tanto da non poter essere rivelato, con altissima probabilità legato alla criminalità organizzata ed in particolare all'ambiente delinquenziale dedito al traffico di stupefacenti”.

A gravare sulla decisione del giudice anche il contesto in cui è maturato l’omicidio, l’excursus familiare che ha influito, non poco, sulla posizione di Pellegrino, e il suo comportamento successivo. Il giudice infatti, ripercorre alcuni passaggi in cui si evidenzia che i più stretti familiari dell’imputato “sono stati condannati per appartenenza alla 'ndrangheta, cosa di cui peraltro il Pellegrino avrebbe sin da subito messo a conoscenza il Fedele dicendogli che il padre era stato arrestato nel processo ‘La Svolta’”. Pellegrino poi, si sarebbe presentato alla vittima quale “soggetto ben inserito in un contesto mafioso altamente pericoloso, sia con lo stesso contesto in cui operava la vittima, coinvolta in indagini sul narcotraffico in Francia e in Calabria”. 

Nonostante la confessione resa agli inquirenti, che ha comunque influito sulla determinazione della pena all’esito del processo di primo grado, per il giudice Perroni, Pellegrino – sin dalla commissione dell'omicidio, - “non ha mai mostrato pentimento e neppure un sentimento di pietas verso la vittima, prima occultando il cadavere ed eliminando le tracce che potessero ricondurre il delitto alla sua persona e depistando le indagini (..)cercando con l'ausilio dei propri familiari di confezionare una versione di comodo”.

Nell’indagine venne coinvolto anche un altro uomo, Girolamo Condoluci, 44 anni anch’egli di Bordighera, finito all'epoca dei fatti ai domiciliari con l’accusa di favoreggiamento in quanto accusato di aver aiutato Pellegrino a riportare a Mentone l’auto della vittima, ritrovata poi dagli inquirenti a metà dicembre. La sua posizione, però è stata stralciata e mandata per competenza a Imperia in quanto non gli è stata contestata l'aggravante mafiosa e Genova. 

Per gli inquirenti Fedele – appena ucciso-  sarebbe stato caricato su un mezzo: “’sto furgone puzza di cadavere”, ha detto proprio Condoluci non sapendo di essere intercettato. L'accusa infatti, ha evidenziato nella ricostruzione come il delitto sia avvenuto all'aperto mentre la difesa – rappresentata dall’avvocato Luca Ritzu – ha contestato durante il processo questa versione. Durante l'udienza del 23 novembre scorso il difensore ha depositato alcune osservazioni redatte dal consulente di parte in merito alla perizia balistica-chimica effettuata durante le indagini dal consulente del pm, il professore Perroni di Pavia, che aveva evidenziato la presenza di tracce di sangue e di polvere da sparo all'interno del furgone in uso a Condoluci. Perizia questa, che contraddiceva quella predisposta in precedenza dall'Antimafia secondo la quale all'interno del mezzo non vi erano tracce e residui. 

Adesso la difesa si prepara ad approdare in Appello e il ricorso non riguarderà solo la contestazione dell’aggravante mafiosa, ma anche la ricostruzione operata dalla Dda e le discordanti conclusioni a cui sono giunti i periti. 

Angela Panzera

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