Cronaca - 24 settembre 2022, 14:00

Imperia, omicidio Boero: "Sartori era depresso, l'unica via d'uscita in fondo al tunnel è stata quella di uccidere la moglie e il cane"

La Corte d'Assise ha depositato le motivazioni della sentenza che ha visto condannare l'imputato a16 anni e 4mesi di carcere per il delitto, avvenuto a Rocchetta, della moglie e per aver ucciso il cane: "si sentiva impotente e schiacciato"

Imperia, omicidio Boero: "Sartori era depresso, l'unica via d'uscita in fondo al tunnel è stata quella di uccidere la moglie e il cane"

“Vi è un evidente e ineludibile legame tra quella patologia e il delitto che ne è conseguito: che della prima appare inevitabile e diretta manifestazione. Sartori ha commesso il delitto, in quanto la depressione maggiore che lo aveva avviluppato gli obnubilava la capacità volitiva e di controllo”. A scrivere così la Corte d’Assise di Imperia, presieduta dal giudice Laura Russo (estensore) con a latere Francesca Minieri. Depositate infatti le motivazioni della sentenza che ha visto condannare, il 10 maggio dello scorso anno, a 16 anni e 4 mesi di carcere, Fulvio Sartori ritenuto responsabile dell’omicidio della moglie Tina Boero, 80 anni, e anche di aver ucciso la loro cagnolina Luna. Il delitto è avvenuto all’alba del 19 aprile dello scorso anno a Rocchetta Nervina. 

La Corte ha riconosciuto per l'imputato la seminfermità mentale e ha escluso le aggravanti della crudeltà, dei futili motivi, riconoscendo quella relativa al rapporto di coniugio e alla minorata difesa. L’ 81enne, ex guardia forestale, dopo aver colpito la moglie alla testa con un batticarne le ha tagliato la gola: stessa sorte riservata alla povera cagnolina di famiglia. Il pm che ha rappresentato l'accusa, Antonella Politi, aveva invece invocato 20 di reclusione. 

La Corte, alla luce della decisione emessa, ha sposato la tesi difensiva sostenuta dall'avvocato Roberta Rosso. Nelle 18 pagine di motivazioni i giudici valorizzano le conclusioni a cui erano giunti il perito e il consulente del pm i quali evidenziarono come nel Sartori sia “venuta meno la capacità di analisi, di verifica di una possibile alternativa e l’unica via d'uscita in fondo al tunnel appare quella ideata”. Gli esperti infatti hanno messo nero su bianco come l’anziano soffrisse di angoscia, insonnia, rimuginazione, perdita della percezione del futuro della stessa rilevanza degli affetti con la classica ‘visione a cannocchiale’ della depressione maggiore, per la quale l’unica soluzione a un intollerabile pensiero e di conseguente e grave deficitarietà dei processi di ragionamento, elaborazione e quindi di autocontrollo comportamentale”.

Uno stato psichico precario e afflittivo che ha condotto l’imputato “a una quasi esclusione del contratto con la realtà – spiega la Corte d’Assise- la strutturale problematica di discontrollo che è propria del depressine sfocia nel purtroppo ‘classico’ comportamenti di omicidio-suicidio, non raramente allargato agli animali domestici, che costituisce uno specifico reato, sintomo della depressione maggiore’.

Sartori, in buona sostanza, era malato e la sua mente non vedeva alcuna via d’uscita alla sua situazione. Da sempre legato alla moglie e alla piccola cagnolina Luna che accudivano come fosse una figlia, nella sua mente si era innescato un meccanismo per il quale l’unico modo per farla finita era porre fine alla vita di tutti, compresa la sua. Subito dopo il delitto tentò infatti di tagliarsi le vene dei polsi, ma la forza impiegata per uccidere la moglie e anche il deperimento psicologico non gli permisero di suicidarsi. Una ricostruzione questa a cui hanno aderito anche i parenti della vittima che infatti non si sono costituiti parte civili nel processo.

“È significativo che i parenti della vittima abbiano scelto di non costituirsi parte civile, spiega la Corte, e che il nipote si sia spinto ad affermare ‘è paradosso dirlo, ma io lo giudico un gesto d’amore, lo so per un esterno è difficile, per non dare fastidio. Il fine era quello per non dovere pesare sugli altri’ se uno dei due fosse sopravvissuto all’altro, ‘cioè chissà cosa avrà rimuginato nella sua testa, avrò pensato che quella era la soluzione miglioro per loro”.

Sartori era in una perenne angoscia e frustrazione che in lui avevano innescato un meccanismo oppressivo. Anziché lasciare l’anziana moglie sola, abbandonata a se stessa e che si professava ‘malata’ anche se era uno stato psicologico non comprovato da riscontri medici, ha preferito ucciderla e tentare di togliersi la vita. Stessa sorte riservata alla cagnolina che, senza i due, nessuno avrebbe potuto più accudire.

Assunto questo, che viene scritto nero su bianco dalla Corte d’Assise. “La depressione maggiore in cui era incorso ha condotto Sartori ad amplificare la propria sensazione di impotenza e di schiacciamento, non riuscendo a elaborare altra via d’uscita se non l’etero e l’auto soppressione: anche della piccola cagnolina che altrimenti si sarebbe trovata sola e mancante di cure”.

In tutto questo quadro si inserisce il cedimento di un terreno, poco prima della pandemia dove l’uomo si recava tutti i giorni perché non riusciva più ad accudire gli uliveti. L’imputato infatti andava molto andare in campagna e così ‘allentava’ la tensione che accumulava in ambito familiare. “Improvvisamente, attestano i giudici, egli perde questa opportunità e anzi, con il lockdown, si impone una ininterrotta coabitazione con la moglie cui certamente è conseguito – come a molti, del resto – un calo psichico e del tono dell’umore. La circostanza che Sartori non abbia parlato col medico di un eventuale peggioramento delle proprie condizioni anche solo psichiche si inserisce perfettamente nel contesto in cui perno dell’attenzione era la moglie e le eventuali esigenze proprie erano tralasciate: nell’assoluta convinzione che Tina avesse bisogno di cure e attenzioni”.

Infine i giudici hanno evidenziato come in questo contesto vada esclusa l’aggravante della crudeltà. “Non si devono confondere, chiosa la Corte, le modalità dell’azioni con le sue oggettive conseguenze e apparenze. Una modalità oggettivamente cruenta non è per ciò solo crudele. Uno sparo alla testa è certamente più sanguinoso della morte inferta con una serie di calci che spappola la milza, ma di quest’ultima meno crudele. L’agire con crudeltà implica l’inflizione di un male aggiuntivo rispetto la normale causalità (..) e come tale trascina un giudizio di riprovevolezza aggiuntiva dell’azione compiuta, attesa la gratuità dei patimenti che rivela indole malvagia e insensibilità a ogni richiamo umanitario”.

In definitiva per la Corte Sartori “ben lungi da denotare spietatezza della volontà o dal cagionare una sofferenza eccessiva ha scelto di infliggere la morte con la modalità da lui evidentemente ritenuta – da ex cacciatore- più efficace e più veloce, mediante sgozzamento: in meno di un minuto”.

 

 

 

Angela Panzera

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